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Geografie dell’Anima: Trent'anni di ricordi e vita vera nelle metropoli di Grand Theft Auto

Con l'apertura dei pre-ordini di GTA VI, riflettiamo su come le città create da Rockstar Games non siano mai state solo mappe da esplorare, ma veri e propri luoghi dell'anima in cui la nostra generazione è cresciuta, invecchiata e cambiata.

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Tramonto, asfalto e natura in una location iconica di Grand Theft Auto.

Con l'apertura dei pre-ordini del sesto capitolo, il solito circo mediatico è tornato a fare quello che gli riesce meglio: sezionare frame, contare i poligoni dei riflessi sulle pozzanghere manco fosse MARVEL’S Spider-Man, discutere sui social riguardo al prezzo delle varie edizioni e speculare compulsivamente sui chilometri quadrati della mappa. Ma se c'è una cosa che cerchiamo di preservare qui su Ludenz, tenendoci a debita distanza dal frastuono delle recensioni un tanto al chilo e dalle logiche commerciali, è l'urgenza di guardare oltre lo schermo. Di capire che parte dell'essenza della saga targata Rockstar non risiede quasi mai nel cosa facciamo. Il vero cuore pulsante, la vera indagine sociologica che ci investe in pieno volto, è sempre stata anche nel dove lo facciamo. E in chi diventiamo mentre camminiamo in quei luoghi.

Stesso stile, epoche differenti in GTA

Pensateci un attimo, prendendovi il tempo di respirare. Sono passati quasi trent'anni da quando muovevamo i primi, incerti passi in quel dedalo bidimensionale visto dall'alto, cercando di non farci stirare da un agglomerato di pixel impazzito sull'asfalto grigio. Trent'anni. Praticamente una vita intera. In questo lasso di tempo molti di voi - me compreso - hanno cambiato case, lavori, amori; abbiamo perso persone, ne abbiamo trovate altre, abbiamo accumulato cicatrici, acciacchi e svariati cambi di prospettiva.

Eppure, se chiudiamo gli occhi, le planimetrie della Liberty City opprimente di Niko Bellic, le luci al neon della Vice City anni '80 o i deserti sterminati di San Andreas sono impressi nella nostra corteccia cerebrale con la stessa esatta urgenza delle strade di quartiere in cui siamo cresciuti per davvero. La topografia di questi non-luoghi ha smesso da un pezzo di essere solo un mucchio di codice: è diventata memoria autobiografica. Perché, in un senso estremamente intimo e profondo, noi siamo cresciuti anche lì.

Le città in GTA sono più vive che mai

Turisti del caos e cittadini del disincanto

All'inizio, complice la gioventù e l'hardware, eravamo solo dei turisti del caos. Correvamo senza meta proiettando le nostre pulsioni su schermi a tubo catodico ingombranti, vivendo quelle mappe come enormi parchi giochi in cui l'unica regola era seminare le volanti con il volume della radio a palla. Eravamo immortali, cinici, superficiali. Come solo da ragazzi si riesce a essere.

Ma poi è successo qualcosa. Mentre noi venivamo masticati dal mondo reale, affrontando le disillusioni dell'età adulta, le loro città maturavano di pari passo nel mondo digitale. Hanno assorbito le ansie, le nevrosi, il divario sociale e le derive dell'Occidente per restituirceli sotto forma di satira feroce e malinconia urbana. Rockstar ha smesso di costruire dei recinti di sabbia e ha iniziato a innalzare vere e proprie cattedrali del disincanto.

Abbiamo interiorizzato queste geografie non per i proiettili sparati, ma per i lunghi viaggi in taxi sul ponte di Algonquin.

Ricordate la Liberty City del quarto capitolo? Quella non era una mappa, era uno stato mentale. Abbiamo passato ore guardando la pioggia rigare i finestrini sporchi di un'auto rubata, ascoltando una radio che vomitava frammenti di un mondo grottesco, sentendoci infinitamente soli in mezzo a milioni di PNG. Abbiamo usato lo specchietto retrovisore a Los Santos non solo per tenere d’occhio la polizia che ci inseguiva, ma per guardarci alle spalle e capire dove stavamo andando. Quei luoghi ci hanno permesso di metabolizzare il nostro tempo.

Sotto la pioggia in GTA4

Cronometri generazionali

Il tempo, appunto. È un concetto strano quando lo applichi a un videogioco che esce, se va bene, una volta a decennio. Per darvi la misura reale, carnale, delle proporzioni geologiche di questo fenomeno: oggi mi ritrovo con una figlia di otto anni e un figlio di quattro. Loro vivono il tempo in mesi, in scoperte quotidiane, in ginocchia sbucciate e mondi ancora tutti da capire.

Io, invece, faccio due rapidi calcoli con i proverbiali calendari di sviluppo di casa Rockstar e realizzo un fatto ineluttabile: se tutto va bene, quando apriranno i pre-ordini per il prossimo capitolo ancora, almeno uno dei miei due figli sarà ampiamente maggiorenne. Forse mi chiederà in prestito la macchina - quella vera - per uscire la sera. E onestamente, arrivati a quel punto, spero che a guidare l'auto per la fuga (digitale) ci pensino loro, perché io avrò quasi sicuramente i riflessi del bradipo di Zootropolis.

Questo trasforma Grand Theft Auto in qualcosa di spaventosamente simile a un sismografo generazionale. Scandisce le nostre ere. Misura chi eravamo quando è uscito il terzo capitolo, chi siamo diventati con il quinto, e chi ci prepariamo ad essere con il sesto.

Stesso sole, mondi diversi in GTA

Nulla è cambiato, ma è tutto diverso

Oggi, l'idea di tornare – o meglio, di riapprodare nel “nuovo”, immenso stato di Leonida – non significa semplicemente "scartare un titolo nuovo" e premere “Nuova partita”. Significa tornare in una città e in luoghi che conosciamo come organismi vivi, stratificati, complessi. Esattamente come noi.

I ricordi che abbiamo costruito laggiù – il tramonto perfetto visto dalla cima del Monte Chiliad, la corsa in moto sotto la pioggia al suono dei Rush (o dei KISS; in San Andreas quando in radio passava Strutter mi alzavo in piedi), la sensazione di avercela fatta a comprare un appartamento di lusso mentre nella realtà faticavamo a pagare l'affitto – sono ricordi falsi? Dal punto di vista tangibile, forse. Ma dal punto di vista emotivo, sono reali quanto l'asfalto che calpestiamo ogni mattina. Hanno formato il nostro immaginario estetico e culturale.

Quindi, mentre la rete non pensa ad altro se non al fatto che non verrà venduta una versione su disco del "gioco del decennio", noi dovremmo prepararci a un altro tipo di esperienza, molto più intima. Ci prepariamo a camminare su nuovi ma familiari marciapiedi virtuali, a scrutare tramonti resi iper-realistici da engine mostruosi e a perderci, ancora una volta, in un labirinto di strade che scaveranno un nuovo posto nella nostra memoria.

Preparate i bagagli e guardatevi allo specchio. Non sta uscendo un videogioco; stiamo semplicemente “tornando a casa” per continuare a scrivere i nostri ricordi.

tramonto in GTAV

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